Sotto il materasso - 2016

Il finanziamento pubblico alla politica tra vecchie e nuove forme

22 luglio 2016. Con l’abolizione dei rimborsi elettorali si è parlato di fine del finanziamento pubblico alla politica. Ma è davvero così? Tra vecchie e nuove forme di sovvenzioni, abbiamo ricostruito il quadro dei soldi che i partiti ricevono dallo stato, osservando le tendenze emergenti in vista della fine dei rimborsi.

Finanziamenti vecchi e nuovi. Per anni, i canali di finanziamento tradizionali sono stati incentrati sui rimborsi elettorali (aboliti dal 2017) e sui contributi diretti ai media di partito e ai gruppi in parlamento e nei consigli regionali. Le nuove forme di finanziamento pubblico invece si basano sul 2×1000, sulla detassazione delle donazioni ai partiti e su altre agevolazioni, fiscali e non. Cambia la logica di fondo del sistema: sono sempre meno i soldi legati a criteri come il consenso elettorale, mentre viene premiata la capacità delle forze politiche di attrarre finanziamenti privati.

2×1000 e donazioni detassate. Dopo il flop del 2014, quando i partiti hanno totalizzato tutti insieme poco più di 300mila euro, nel suo secondo anno di vita il 2×1000 ha avuto molto più successo: oltre 12 milioni di euro versati dai cittadini, anche se ne sono stati incassati 9,6 milioni a causa del limite che la legge fissava per quell’anno, il 2015. Tra le forze politiche che si sono adattate meglio al nuovo sistema Pd, Lega nord e Sel. Ma solo il 2,7% dei contribuenti destina il 2X1000 a una forza politica. Sul fronte delle agevolazioni, chi dona fino a 30mila euro ai partiti può detrarre il 26% in dichiarazione dei redditi. Una misura che dovrebbe valere solo per le donazioni, ma che è stata estesa anche a contributi non proprio volontari: anche la quota che parlamentari ed eletti devono versare obbligatoriamente al partito viene detassata come se fosse una elargizione spontanea.

Iva e altre agevolazioni. Altre forme di finanziamento, già esistenti o di nuova introduzione, acquisiscono maggior peso. Sulle spese per le campagne elettorali i partiti pagano l’iva al 4%, con un risparmio non indifferente a carico dello stato: per le politiche del 2013 si possono stimare mancate entrate per l’erario fino a 7,4 milioni di euro. Inoltre lo stato ha versato 1,4 milioni di euro alle emittenti radio e tv locali nel 2014 per trasmettere spot elettorali gratuiti per i candidati. 15 milioni di euro sono i soldi stanziati nel 2014 per far fronte alla cassa integrazione dei dipendenti dei partiti.

Partiti sempre meno centrali. Dall’analisi emerge che con il nuovo sistema, i partiti diventano un agente economico sempre meno centrale, a vantaggio di altri soggetti. Per fare un esempio nel 2014 hanno ricevuto 35 milioni con i rimborsi elettorali, contro i 49 incassati nello stesso anno dai gruppi parlamentari di camera e senato. Diventano sempre più strategiche le risorse destinate ai gruppi parlamentari, perché vanno a compensare i tagli alle risorse destinate ai partiti.

Soldi ai gruppi politici e ai media di partito. I gruppi parlamentari e dei consigli regionali hanno ricevuto complessivamente oltre 80 milioni di euro nel 2014. In attesa di capire l’esito della riforma costituzionale al voto in autunno, che prevede l’abolizione dei trasferimenti ai gruppi regionali, ad oggi quei contributi sono diventati vitali per le forze politiche. Anche se formalmente destinati alla sola promozione dell’attività istituzionale, i bilanci dei gruppi si fanno carico di spese di comunicazione tradizionalmente affidate ai partiti. Oltre a questi fondi, lo stato destina ancora 9 milioni di euro annui per giornali e radio di partito, in molti casi incassati da imprese in via di liquidazione.

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